Baghdad Cafè

RACCONTI DAL NUOVO IRAQ

Gli americani uccidono un altro operatore

Mazen Dana, il cameraman della Reuters, 41 anni, palestinese, è stato ucciso mentre ripendeva immagini della prigione di Abu Ghraib, alle porte di Baghdad. Il carcere precedentemente attaccato da guerriglieri ribelli iracheni. E’ la stessa agenzia per cui l’uomo lavorava a confermare che Dana è stato ucciso dal “fuoco amico”. Nelle immagini riprese dall’operatore si vede un carrarmato americano che procede verso di lui, fuori dai muri della prigione. Nell’ultima sequenza registrata partono diversi spari dal tank e la telecamera cade a terra. Una versione parzialmente confermata, per il momento anche dalle autorità militari statunitensi.

Stavamo a cena, scherzando. Colleghi italiani e spagnoli. Il club dello Sheraton, gli altri stanno al Palestine, di fronte, ma spesso ci si unisce perchè i due alberghi stanno in una sorta di enclave protetto da una decina di tanks americani, si può uscire nonostante il coprifuoco. Stavamo scherzando sulle nostre paure di ieri, succede sempre così quando va bene, si esorcizza la morte giocandoci sopra. Quando arriva la notizia. Un altro ucciso, un altro di noi. Non sapevo che si chiamasse Mazen, ma lo conoscevo, come ci conosciamo tutti perchè ci ritroviamo spalla a spalla appena succede qualcosa. Non solo. Forse è stato lui a salvarci la vita, perchè naturalmente stavamo andando anche noi al carcere assaltato. Siamo passati alla Reuters. Ci hanno sconsigliato. “Quella zona è vietata, tanto non riprendereste niente. E comunque abbiamo il nostro operatore, se ci riesce gira lui le immagini per tutti. Ha i permessi con gli americani”. Quando ho saputo che lo aveva ucciso il fuoco cosiddetto amico, mi è venuta voglia di correre di notte per le strade buie di Baghad sfuggendo a quella decina di tanks amici. Che prima hanno ucciso due di noi, e oggi ne hanno ucciso un altro. La stanchezza, il nervosismo. Non regge più. Noi siamo accreditati, riconoscibilissimi, non pericolosi. E ci tirano addosso. Io ho paura dei banditi, ma ho soprattutto paura di chi ha perso la testa. Ho paura dei cow-boy. E’ come se per il secondo giorno avessi visto ancora la morte in faccia.

Un carro armato che avanza. Una telecamera che lo riprende. Partono tre colpi di artiglieria. La telecamera cade, l’operatore muore. Il corpo di Mazen e’ a terra, il driver raccoglie la telecamera, piange, non sa spiegarsi perche’. Ho visto le immagini oggi: terrificanti, specie per chi fa questo mestiere. Mazen Dana, un veterano,  nome famoso fra gli inviati di guerra, e’ la 17.ma vittima fra i giornalisti in questo conflitto. Stava riprendendo il carcere di Abu Gharib attaccato ieri dai guerriglieri con i mortai. Il Pentagono ha ammesso l’errore: quella telecamera sembrava un lanciagranate. Anche questo e’ l’Iraq di oggi, dove si rischia la vita in un dopoguerra piu’ pericoloso e sanguinoso della guerra. E dove capita spesso di essere uccisi dal fuoco cosiddetto amico. Sono stato alla Reuters stamattina. C’era molto dolore, ma soprattutto rabbia. 17 agosto 2003

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