Baghdad Cafè

RACCONTI DAL NUOVO IRAQ

La collana di Giuliana Sgrena

Due ore. Due ore di parole, cercando (insieme) di capire cos’e’ la paura. Giuliana Sgrena di paure ne ha tante. “Ne ho così tante che ho perso l’entusiasmo della vita, non la voglia di vivere, ma l’entusiasmo sì e so che non tornera’ piu’”.  Quello che mi ha raccontato, del rapimento e di quel tragico ultimo viaggio, devo tenerlo ancora un po’ per me perche’ l’intervista andra’ in onda il 30 dicembre in una puntata di Tv7 dedicata ai cinque eventi dell’anno. E’ stata precisa, puntuale, appassionata a raccontarmi quel mese in mano ai rapitori, dal sequestro alla liberazione: “una festa che non potro’ mai festeggiare perche’ un uomo non c’e’ piu’”. Per la Sgrena non e’ stato un incidente, e’ stato un agguato (nell’intervista lo spiega). Non sa niente dei suoi rapitori, ma sa con certezza che non erano uomini di Zarqawi. Sa che c’e’ stata una trattativa ma non ne conosce i termini. Ha parlato anche dei suoi errori, ma soprattutto della voglia di tornare in Iraq. A situazione piu’ tranquilla. “Ma so che dovro’ aspettare ancora molto tempo”. Perche’ tornera’  solo quando sara’ possibile fare la giornalista. Il saluto e’ stato complice.

    

Non me la voleva far vedere. “Non l’ho mai fatta vedere a nessuno” mi ha detto Giuliana mostrandomi una collana. E’ un  regalo dei rapitori. Prima di rilasciarti? “No, la settimana precedente. Forse era quella la data giusta poi qualcosa e’ andato storto”. Giuliana Sgrena se la rigira tra le mani, quasi che un contatto fisico la riportasse indietro nel tempo, dentro l’incubo. Teme che qualcuno non capisca, che quel regalo possa far pensare a chissa’ cosa. “Non posso dire che mi hanno trattato male, perche’ non e’ vero. Hanno sempre avuto rispetto, ma non hanno neppure nascosto che potevano uccidermi, se fosse servito alla loro causa. Non erano belve, parlavano piu’ da politici che da banditi, ma credo che molte volte in quel mese ho rischiato di essere uccisa”.  19 dicembre 2005

Fare il reporter in Iraq

Hotel Palestine, quindicesimo piano, stanza 1502. E’ l’8 aprile del 2003: i carri armati americani hanno appena conquistato il centro di Baghdad. José Couso e’ spagnolo, lavora per Telecinco. Reporter di vecchia data, di guerre ne ha viste tante. Prende la telecamera, va sul terrazzino. Il carro armato si gira, spara una cannonata, in alto. Couso muore. Muore anche un altro operatore, Taras Protsyuk, 35 anni, della Reuters. Ha sparato un ragazzino, appena ventenne, dice che ha scambiato la telecamera per uno stinger. Forse e’ stato accecato dal sole. Il Pentagono spiega: avevamo detto che stare in Iraq e’ pericoloso. Il giorno prima avevano perso la vita altri due giornalisti, uno spagnolo e un tedesco, colpiti da un missile a sud di Baghdad. E altri due il giorno prima ancora. Nove reporter morti in poco piu’ di una settimana. Ma e’ solo l’inizio. Finora in Iraq sono morti 46 reporter.  Morire per raccontare. (…) Non solo vittime di guerriglieri e terroristi ma anche del cosiddetto “fuoco amico”. Uccisi dalle truppe americane in quelli che sono stati definiti “incidenti”.  Ma ci sono stati altri errori: ricordo a memoria di un giornalista russo e di un australiano. Chi tiene i conti sostiene che sono stati dodici i giornalisti uccisi per “errore”, maledetti errori. (Da “Speciale reporter” Tg1)